La mia prima maratona New York USA, 01.11.2015 – Alessandro Broz

Arrivo in aeroporto a Milano Linate verso le 9,00 del 28 ottobre, dove mi trovo con il gruppo di “Born2Run” agenzia organizzatrice del pacchetto “Maratona di New York 2015”.
Siamo circa in 30 non tutti runners, alcuni hanno al seguito compagna e/o figli. Sbrigate le pratiche del check-in ed i controlli di sicurezza, saliamo sul nostro aereo della British Airways con partenza regolare alle 11,30 e dopo un’ora e mezza atterriamo a Londra Heathrow. Qui, dopo un’ attesa di un paio d’ore, partiamo per New York; l’aereo è un grande Boeing 787 sempre della British Airways con 300 posti. Dopo circa 8 ore di volo atterriamo all’aeroporto di Newark (NJ) e, dopo una lunga attesa ai controlli di sicurezza ed essere stati schedati con tanto di fotografia del volto e impronte digitali (non è mica come in Italia…), un pullman ci porta nel centro di New York presso l’hotel Hampton Inn situato a Times Square: sono ormai le 22,00 ora locale. L’Hotel è un piccolo (si fa per dire) palazzo di 31 piani molto moderno. Mi aspetta una stanza al 16° piano molto spaziosa, accogliente, pulita e ben arredata.
I tre giorni che seguono, prima della gara, li passo cercando di visitare quanto più possibile facendo dei gran chilometri a piedi stancandomi anche troppo in vista della maratona, ma ne vale la pena perché la città offre talmente tanto da vedere che sarebbe un peccato non farlo. Sono
riuscito a vedere la Statua della Libertà, lo spettacolo della città dall’Empire State Building, Ground
Zero, Wall Street, Brooklyn Bridge, Central Park, il Moma, Rockefeller Center, alcuni quartieri caratteristici e naturalmente mi sono dedicato allo shopping di rito. La sera di sabato 31 ottobre vado a dormire presto (si fa per dire sono le 23,00 circa) dopo aver terminato di preparare tutto il necessario per la gara: scarpe, calzini, pantaloncini, canotta, pettorale (13324), il Garmin, guanti, fascetta per la testa e tre integratori gel.
Imposto la sveglia alle 4,30 in quanto devo fare un’abbondante colazione ricca di carboidrati prima
della partenza dall’hotel che è prevista alle 5,30. Le poche ore di sonno scorrono lentamente e mille pensieri mi passano per la testa: le previsioni meteo non sono delle migliori, pioverà? sarà freddo? ci sarà vento? avrò preparato tutto?
Mi alzo alle 4,00 senza sveglia, avendo dormito (si fa per dire) un’ora in più, in quanto quella notte era previsto pure il cambio dell’ora legale; guardo dalla finestra della mia camera, non piove e non sembra molto freddo. La colazione in hotel è eccezionale fatta apposta per noi maratoneti, ricca di ogni cosa, frutta secca, fette biscottate, marmellate, tè, caffè, yogurt ecc. Inoltre ci consegnano due bottigliette d’acqua, una barretta energetica e due confezioni di mandorle e pistacchi: serviranno più tardi mancando ancora parecchie ore al via. Mi vesto pesante perché dovrò fermarmi all’aperto per parecchio tempo in attesa della partenza prevista in base al numero di pettorale 13324: la mia è Wave Start 1 alle ore 9:50. Successivamente ci saranno altre 3 Wave alle 10:15, 10:40, e 11:00 da cui partiranno in totale circa 50.000 runners provenienti da tutto il mondo. Noi Italiani siamo la terza nazione con più partecipanti, circa 2300 iscritti. Sono le 5,30 quando saliamo finalmente sul pullman che ci porterà in meno di un’ora a Staten Island dove si trovano gli Start Villages situati appena dopo il Ponte di Verrazzano, un’immensa superficie suddivisa in tre villaggi rispettivamente di colore blu, arancio e verde.
La prima cosa che mi impressiona sono le imponenti misure di sicurezza attuate per l’occasione, uno spiegamento di Polizia incredibile: all’interno degli Start Villages infatti possono accedere solamente gli atleti muniti di pettorale indossato e solo dopo aver superato un sommario controllo personale ed il metaldetector, inoltre è vietato introdurre qualsiasi zaino o borsa che non sia quella trasparente appositamente consegnata. I volontari che aiutano nella perfetta organizzazione dell’evento sono oltre 12.000, tutti sorridenti e pronti a soddisfare ogni necessità degli aspiranti maratoneti. Non fa molto freddo, ci saranno circa 10 gradi: il cielo è coperto e c’è una leggera brezza che proviene dal mare. Per un momento inizia a gocciolare e tutti indossano sacchi di nylon per non bagnarsi, ma fortunatamente poco dopo smette. I WC chimici sono presenti in numero impressionante, 1700 sparsi dappertutto, ma nonostante questo non sono sufficienti a servire i 50.000 corridori intenti a liberarsi del peso superfluo prima della gara.
Le griglie di partenza sono suddivise in colori Blu, Arancio e Verde ed, a loro volta, in blocchi di mille persone chiamati Coral. Entriamo ammassati come bestie in questi blocchi un’ora e mezza prima della partenza, niente corsetta di riscaldamento, ma solo creme riscaldanti che in molti si spalmano sulle gambe. Ci stiamo avvicinando all’orario di apertura delle griglie e tutti gli atleti si tolgono i vestiti superflui gettandoli in grandi contenitori appositamente adibiti per la raccolta. Questo abbigliamento verrà devoluto in beneficenza ai senzatetto. Verso le 9.00 si aprono i cancelli e veniamo convogliati alla partenza all’inizio del ponte di Verrazzano, che collega Saten Island con la terra ferma. Questo gigantesco ponte è lungo più di 4 km., alto circa 70 m. con due piloni portanti di oltre 210 m. che sostengono due strade sovrapposte da 6 corsie l’una. La metà dei corridori partirà sopra e gli altri sulla strada sottostante. Dobbiamo attendere ancora 40 minuti circa, ammassati ed infreddoliti in prossimità della partenza. Alcuni indossano ancora felpa, guanti e berretto che getteranno via poco prima dello sparo.
Cerco di scaldarmi un pochino saltellando e strofinandomi le mani: molti sono tesi pensando a come affrontare le difficoltà del percorso caratterizzato da numerosi saliscendi, sopratutto al 25° km. alla salita del Ponte Queensboro considerato il punto più critico. Pochi istanti prima dello sparo, l’inno americano cantato da una splendida voce femminile fa venire la pelle d’oca: gli americani lo cantano con la mano sul petto e gli occhi rivolti alla bandiera.
Ore 9,50 lo sparo del cannone segna l’inizio del mio esordio nella maratona. Mi sono prontamente fatto largo tra gli altri atleti passando in pochi secondi la linea dello start; sono fortunato perché partendo dalla strada superiore del grande ponte posso godere di una vista mozzafiato, mi sento piccolo come una formica. Sopra di noi sorvolano per la nostra sicurezza almeno 7 elicotteri della Polizia. Sarà l’adrenalina o la carica emotiva ma parto a razzo, forse troppo, non mi sembra di far fatica, anche se il Garmin segna meno di 4 min. al km. Dopo due chilometri sono a metà del ponte che sento vibrare sotto i miei piedi. Lungo tutto il percorso viene segnalata la distanza ad ogni miglio, mentre i chilometri sono indicati solo ogni 10. Giungiamo al quartiere di Brooklyn accolti e sostenuti da moltissimo pubblico.
Dopo qualche km. mi convinco che sto andando troppo forte quindi cerco di rallentare il passo, ma
non abbastanza visto che ai 10 km il cronometro segna 40,14 min; mi sembra che le gambe girino
da sole senza far fatica ma è solo una sensazione perché nella seconda metà della gara purtroppo
ne pagherò il conto. Comunque corro senza grossi problemi da Brooklyn fino al Queens. Gli spettatori sono davvero a migliaia lungo la strada, offrono banane, spicchi d’arancia o limone, perfino i più piccoli allungano la mano per battere il 5 offrendoti addirittura caramelle e ciupa ciupa.
Nella gran confusione suonano gruppi e bande musicali che, intonando la colonna sonora di Rocky e Jump dei Van Halen, mi danno la carica, più avanti ci sarà persino un coro gospel.
Attraversiamo il quartiere di Williamsburg a nord di Brooklyn. Qui sembra che il tempo si sia fermato: anche se siamo ad una sola fermata di metropolitana da Manhattan, si respira un’aria antica nel cuore di New York dove vive la più grande comunità di ebrei ortodossi d’America, gli Hassidici. Strade semi deserte, nessuna auto, si vedono solo uomini con lunghi cappotti neri, cappello nero e lunghi riccioli, mentre qualche bambino indossa la kippah. Le donne invece indossano la parrucca, perché hanno la testa completamente rasata.
Passo alla mezza maratona con il tempo di 1:26:21. Sono contento, sto andando bene ma forse ancora troppo forte. Il mio obiettivo sono le 3 ore e so che la parte più dura deve ancora arrivare. Ad ogni miglio ci sono rifornimenti di acqua e Gatorade offerti da moltissimi volontari; di ogni bicchier d’acqua che prendo ne bevo solo un goccio come suggerito dagli esperti. Arrivato al fatidico 25° km. subito dopo una curva… eccolo… il tanto temuto Ponte di Queensboro, una lunga e ripida salita di cui non si vede la fine: inoltre il forte vento contrario di certo non aiuta, mi sembra di scalare il passo Stelvio… e qui accuso il mio primo cedimento. Comunque tengo duro e vado avanti dicendomi che dopo la salita ci sarà anche la discesa, ed in effetti c’è, ma sembra molto più corta. Imboccata la 1th Avenue il pubblico ai lati della strada è immenso, tutti urlano e gridano cosi forte da farti venire i brividi, c’è pure qualcuno che mi urla “VAI TRENTINO” (indosso la canotta gialla della società).
Al 30° km. prendo il mio ultimo gel, sperando che mi dia un po’ di aiuto ma non sento il beneficio
sperato. Poco dopo transito al rifornimento dei carbo-gel ma passo dritto, dicendomi che semmai ne prenderò uno al prossimo ristoro, non sapendo che quello appena passato ahimè era l’unico
rifornimento di gel dell’intero percorso. Durante la gara supero alcuni atleti diversamente abili, non vedenti, con protesi ad una gamba, o su sedia a rotelle, che partecipano alla gara impegnandosi con tutta la forza, la passione e la volontà di portare a termine l’impresa.
La presenza della Polizia è costante, circa di un poliziotto ogni 50 metri, fa percepire a tutti noi un forte senso di sicurezza. Finalmente, attraversando l’ennesimo ponte, arrivo nel Bronx: la stanchezza si fa sentire e mi accorgo di aver rallentato parecchio perché vengo superato da molti atleti. Cerco tuttavia di non scoraggiarmi e, facendomi forza, continuo, vedendo intorno a me tanti altri fermi con i crampi, distesi a terra o in preda al vomito.
Arrivo al cartello del 23° miglio: sulla mia destra Central Park. Mi faccio coraggio dicendo a me stesso che ormai non manca molto. Il Garmin segna 39 km. ma non posso sapere che è sballato e che sta segnando di più: sono convinto di essere a solo 3 km. dall’arrivo ed invece devo farne ancora 5. Cerco di non pensare ai km e penso alla mia famiglia (moglie e figli) che a casa in Trentino sta guardando in TV la diretta della maratona, con la speranza di vedermi.
Entro in Central Park e qui si fa ancora più dura con continui saliscendi, ma non posso cedere proprio adesso che manca poco. Cerco di mantenere il passo, ma quando guardo l’orologio che mi segna 42 km e vedo che manca ancora molto più dei 200 metri previsti, capisco che il Garmin mi ha tradito e a quel punto mi vien voglia di mollare, ma meno male che io non sono uno che molla facilmente e mi dico che ormai devo portare a termine la missione, costi quel che costi. Sento intorno a me ancora persone che mi gridano “GOOO TRENTINO”. Ora manca davvero poco, sono a Columbus Circle e mezzo miglio mi separa dalla MIA META. Entro nel parco, ho il cuore in gola, alzo lo sguardo e vedo sulle transenne laterali la bandiera dell’Italia in mezzo a tutte quelle del mondo e questo mi dà l’ultimo stimolo per giungere all’arrivo in salita, tagliando il traguardo con il tempo di 03h01’04’’. Non sono riuscito a stare sotto le 3 ore come pensavo ma va bene così. Subito mi mettono al collo la splendida e pesante medaglia, che non mi toglierò per qualche giorno, neanche a dormire…
Ho portato a termine la mia prima Maratona con una soddisfazione immensa. Ora sono qui ed è meraviglioso, perché la maratona di New York non è una maratona qualunque ma molto di più, ti lascia un ricordo indelebile con delle emozioni fortissime. Dopo il traguardo non riesco a fermare le gambe, cammino, continuo a camminare, mi danno una termocoperta, mi scattano fotografie, mi danno un sacchetto con acqua e integratori ed infine mi fanno indossare il Poncho (una mantella termica blu). Uscendo dal percorso obbligato, come se non fosse bastato, mi dirigo a piedi verso l’hotel, altri 2 chilometri. L’atmosfera è incredibile, molte persone sconosciute che incontro in città mi salutano e si complimentano dicendomi “congratulation”: alcuni addirittura chiedono di potersi fotografare con me, neanche l’avessi vinta la maratona. In albergo mi aspetta un bagno caldo rigenerante.
Qui si conclude la mia esperienza sperando di poterla rivivere un giorno non troppo lontano.
Sono certo che se state leggendo anche queste ultime righe dovete avere anche voi un grande cuore sportivo e sarete quasi certamente degli appassionati runners.
Alessandro Broz